Operatori della Bassa Soglia: “Convivere con le droghe si può”. Conversazione con Susanna Ronconi

Fonte: Nuova Società

di Paolo Sollecito

La terza parte di questa inchiesta affronta la questione degli operatori sociali, lavoratori e lavoratrici del Welfare che negli ultimi anni, come altre categorie, sono stati catapultati in un vortice di precarietà e assenza di prospettive. Incontriamo Susanna Ronconi una delle fondatrici del Coordinamento degli Operatori della Bassa Soglia (Cobs), struttura nata a Torino alla fine degli anni novanta che ha avuto tra gli attivisti un centinaio di persone tra educatori, psicologi, medici e “operatori pari”.

In quale clima culturale nasce l’esperienza dei Cobs?

Alla fine degli anni 90 eravamo operatori giovani e non c’erano ancora servizi a Bassa Soglia (inizieranno in Piemonte intorno al 1994 – ndr) e di Riduzione del Danno. Anzi. Tutte le politiche sulle dipendenze nascevano e si muovevano all’interno di un pensiero basato sulle comunità terapeutiche e sull’astinenza. Ci siamo “inventati” un po’ le cose e abbiamo sperimentato tanto. Già allora il coordinamento è nato con un intreccio fortissimo tra servizio pubblico, privato sociale, operatori, consumatori autorganizzati, movimenti antiproibizionisti e quelle realtà che avevano promosso anni prima il referendum contro la legge Jervolino-Vassalli. Quindi ci fondiamo sul piano del lavoro e per rivendicare politiche sociali coerenti con quello che stavamo facendo. Da subito abbiamo avuto questa doppia declinazione, professionale e politica

Tra i tanti nomi che potevate scegliere avete optato per i termini “Bassa Soglia”. Che significato ha per voi?

Il concetto di Bassa Soglia è proprio un modo di concepire l’intervento sociale, nel senso che tutti devono accedere ai servizi senza pre-requisiti mentre, storicamente, il nostro Welfare non era mai stato universalista, ma selettivo. Le politiche tradizionali sulle droghe avevano prodotto un sistema nel quale per accedervi dovevi già aver elaborato una tua decisione di smettere. Contro questa accezione hanno reagito le basse soglie rivendicando che tutti andavano accolti e sopratutto quelli che avevano ancora un rapporto con le sostanze e non pensavano di smettere. Libertà di accesso e ampliamento dell’offerta

Quindi è cambiato non solo il modo di vedere i consumatori, ma anche gli operatori

Non c’è dubbio. Sono nate professionalità nuove che non c’erano prima e che hanno imparato a negoziare i percorsi insieme alle persone. Noi le chiamiamo professionalità “deboli”, ma diamo un valore positivo alla debolezza che struttura meno la relazione lasciando aperte molte possibilità. In tanti che venivano da lavori tradizionali come gli psicologi o i medici, si sono reinventati proprio grazie a queste esperienze

L’altro termine cardine del vostro lavoro è “Riduzione del Danno”. Quale significati gli attribuite?

Le parole hanno un senso perché formano il pensiero. Questo termine significa che se da un lato i danni oggettivamente ci possono essere, da un altro è possibile pensare di convivere con il consumo di sostanze riducendone appunto, i danni. Proteggere la vita e la salute è tutt’altro che secondario. La “Riduzione del Danno” in Italia ha avuto il vizio di essersi medicalizzata troppo: si è lavorato bene con lo scambio di siringe e le prevenzioni delle overdose, ma molto meno sulla partita di come aiutare il consumatore a tenere sotto controllo il suo consumo e a far si che i rischi non diventino danni. Ideologicamente non si vuole ammettere che con le droghe si può anche convivere. Giovanni Serpelloni e Carlo Giovanardi, ad esempio, spingono in questa direzione avantando un certo tipo di scientificità molto pericolosa. C’è stato un matrimonio perverso tra l’ideologia dominante e un approccio scientifico che è quello della “malattia del cervello”. Spesso pensiamo che la scienza ci aiuti a essere laici ma oggi c’è una corrente che si chiama neobiodeterminismo che sia sulle droghe che sulla malattia mentale si allea con la l’ ideologia proibizionista e, rispetto alle politiche sulle droghe, noi stiamo pagando molto questo. Una notizia per tutte il nostro Dipartimento Nazionale Antidroga ha costituito un comitato scientifico che e formato per i tre quarti da americani del Naida realtà che lavora sulle dipendenze negli Usa e che è leader dell’iper-proibizionismo

Che senso ha occuparsi in un momento di crisi economica dei diritti dei consumatori?

Intanto ha senso per noi che ci lavoriamo e con gli stipendi che non arrivano e i tagli potersi occupare ancora di significati è una cosa importante. Poi i consumi di droghe sono talmente pervasivi e trasversali nella nostra società da essere un problema di tipo maggioritario. Quando si vedono prefetture affollate da decine di migliaia di persone che sono li grazie alle leggi vigenti sulle sostanze, non si può negare che sia un problema rilevante

Quali sono le prospettive dei Cobs?

Prima di tutto dobbiamo difendere i servizi che rischiano di chiudere perché in periodo di tagli la minaccia alle strutture della Bassa Soglia è reale. Poi dobbiamo rilanciare il nostro approccio e il modo di lavorare in un momento nel quale le linee guida spingono in direzioni contrarie. Le reti locali, nazionali ed europee erano e sono la base per farlo

Ascoltando le sue parole il riferimento storico ideale che viene in mente è il cambiamento che Franco Basaglia ha portato nell’ambito della psichiatria, non pensi che sia quello un piano di riferimento culturale?

Io Basaglia l’ho scoperto tardi perché in quegli anni facevo altro e forse non avevo neanche visto quell’esperienza per la portata che aveva. Invece, lavorando sulle droghe ho letto tutto quello che ha scritto e l’ho trovato molto interessante e vicino alla filosofia che mi spingeva. Lui non ha mai negato che esistesse la sofferenza psichica come noi non neghiamo che ci sia una sofferenza portata da un certo tipo di consumi. Da un lato è uscito dal paradigma tradizionale della “medicalizzazione stretta” e da un altro ha posto la questione dei diritti degli psichiatrizzati che venivano trattati in modo vergognoso. Infine ha posto la questione della de-istituzionalizzazione e noi diciamo la stessa sul carcere visto che almeno il quaranta per cento dei detenuti è tale grazie alle leggi proibizioniste.

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